Chiarezza

Ho sempre malsopportato gli usi a sproposito di parole e definizioni.

Perdonare significa non essere più arrabbiati, non avere rancore o odio verso la persona che ha sbagliato. E basta. Non implica anche: continuare a volerci avere a che fare, fidarsi se ti ha tradito (partner, collega, vicino di casa, amica), invitarlo a casa tua se ti ha fatto dei danni o rubato delle cose, rivolgergli la parola se ti ha insultato volgarmente e senza scusarsi o rimediare, rinunciare a farti risarcire i danni. Ad un traditore si concede il perdono, non si accorda fiducia. Perdonare non significa assolvere o annullare l’errore.

Non c’è bisogno di andare a fare del male a chi si comporta male: ostracizzare è un’arma potentissima.

Le persone vanno accettate per quello che sono. E quindi trattate per quello che sono. Si accetta la realtà di come è una persona e quindi la si tratta di conseguenza. Non la si accetta nella società/nel gruppo/nella famiglia comunque si comporti, “perchè lui/lei è fatto/a così”. Se uno è scemo, lo si tratta da scemo, non gli si affidano responsabilità.

Poverino, non lo fa apposta. Sì, ma lo fa, quindi deve smettere e prendersi le responsabilità dei danni che causa: se uno/a sbadato/a al volante mi investe e mi rompe una gamba, non lo avrà fatto apposta, ma la mia gamba è rotta e lui/lei ne è responsabile. Non vado a rompergli la sua per vendetta, ma mi paga le cure e risarcisce i danni.

Tizia ha fatto un figlio con Caio con cui ha una relazione traballante per cercare di tenerselo legato. A me da il voltastomaco chi usa le persone. Usare il proprio figlio?! Ma scherziamo?!

Tutto è bene quel che finisce bene. A mme me pare ‘na strnzata. Tutto è bene ciò che fa del bene e che è fatto bene: se eventi negativi ritardano, disturbano, ostacolano lo svolgersi di un’attività che poi alla fine arriva comunque a compimento, gli ostacoli e le perdite di tempo, soldi, energie, non sono per niente bene.

Tutti dovrebbero avere una seconda possibilità. Se se la meritano e non sei per forza tu (io/lui) che gliela devi dare. Al massimo non la vieti: se Tizio mi ruba la bicicletta, che si cerchi la seconda possibilità altrove, lontano dal mio garage.

Dai una possibilità alle persone(Vedi sopra). Offro, una, due, trecento possibilità a Caio se secondo me ne vale la pena. Non a priori. Se non mi fido, non ci penso proprio a offrire nemmeno la prima possibilità.

Non giudicare. Non giudicare a sproposito. Se non conosco una situazione non giudico un comportamento fuori dal contesto o solo l’evento finale di una sequenza che non conosco. Se vedo abbastanza da farmi un’idea sufficiente della situazione giudico eccome, a rischio di sbagliare, ma le cose si chiamano col loro nome. Non aspetto di mangiarne un chilo per capire che era polenta (come suol dirsi di chi ci mette ere geologiche a vedere le persone e le situazioni per quello che sono).

Visita d’onore

Dopo la visita alla Cité de l’Espace, il Folletto ha ripreso a parlare di astronomia. Il tutto capitato bene in una sera in cui si vedono nettamente Venere e Marte, e una falce di luna ben luminosa. Si rimette a giocare al telescopio e vedo la passione che lo anima. Gli chiedo se da grande farà l’astronomo se posso essere la prima persona che invita al suo osservatorio, anzi, no, la seconda: per prima la fidanzata. Accetta volentieri.

È davvero un onore l’idea di poter partecipare, come spettatrice, alla sua vita adulta, dopo la sua compagna beninteso… comincio ad allenarmi fin d’ora a stare al mio posto😉

P-sciare

Sono dal medico, mi dice di portare le urine subito al laboratorio analisi: “vous allez pisser tout de suite” (“vada a pisciare subito”). Resto interdetta dall’espressione così forte, detta con tono di voce normale, come se mi avesse detto “vada subito in farmacia a prendere le medicine e cominci ora il trattamento”. Cerco sul vocabolario online: “pisser” è un termine colloquiale, non volgare, usato anche per dire “perdere liquidi”, come il sangue dal naso oppure una fuga d’acqua. Mi scappa da ridere (dopo la pipì).

Il sorriso del meccanico

Ho un fanale bruciato, rientrando a casa passo dall’officina di fronte, spiego la situazione, il meccanico al bancone mi dice: mi lasci l’auto, torni fra un’ora. Ci penso un attimo, gli dico: tolgo le mie cose, le lascio le chiavi, torno far un’ora. Vado a casa a piedi (attraverso la strada), penso (in automatico, lo faccio sempre) se è sicuro avergli lasciato auto e chiavi, senza che mi rilasciasse una ricevuta, come dal concessionario, che, almeno, attesti che ho lasciato l’auto all’officina. Entro in casa, mentre stendo il bucato, mi passano per la testa tutte le possibili sceneggiature da poliziesco: uno dei meccanici fa parte di una banda di criminali, prende la mia auto con la scusa di fare un giro di prova e la usa per trasportare i suoi complici per fare una rapina e passa a manetta a tutto gas davanti all’autovelox … Mi rendo conto che stendere il bucato mi annoia parecchio (da cui il film immaginario), penso, prosaicamente, che il meccanico di quartiere in Italia faceva lo stesso: gli lasciavo auto e chiavi sulla fiducia, guardo fuori dalla finestra, l’auto non è più nel posto in cui l’avevo parcheggiata, lampo di genio: il meccanico l’ha spostata dentro l’officina, sta cambiando la lampada del fanale…

Torno dopo un’ora, ritrovo lo stesso meccanico al bancone, arriva dietro il meccanico che ha fatto la riparazione e mi porge le chiavi. Lo ringrazio con un sorriso sincero (mi ha cambiato subito il fanale, posso usare l’auto imemdiatamente), ricambia il sorriso con un’espressione sorpresa e timida: evidentemente non è comune l’apprezzamento sentito per un servizio da così poco.

PS: parto spesso con la fantasia a pensare alle eventualità più astruse, col risultato che mi diverto ad inventare storie e che sono prudente a non lasciarmi turlupinare.

Distributore automatico

Passo in una panetteria poco prima delle 19 (orario tipico di chiusura dei negozi, non le 18 come in Austria e Germania!). Compro la baguette, ringrazio la panettiera e apprezzo di aver trovato ancora del pane. Mi dice che restano aperti fino alle 20:30 e che dopo la chiusura si possono comprare le baguettes al distributore automatico. me lo indica. Esco dal negozio, vado a vedere: di fianco alla vetrina il distributore automatico di pane. Solo i francesi possono😀.

Eccezione prevista

Ne a me ne a Loricott interessa il calcio. Nemmeno altri sport. Quando si giocano campionati importanti, mi informo sul calendario delle partite per sapere se e quando le strade sono libere (tutti in casa a vedere la partita/tutti fuori a strombazzare per il dopo-partita se la nazionale ha vinto).

In Italia questo suscitava commenti tipo “ma nemmeno se gioca l’Italia?”, “e allora che cosa ti interessa?”, o semplici “a me piace”.

In Austria e Germania, non è assolutamente previsto il caso di un(a) italiano(a) a cui non interessa il calcio. Le reazioni vanno dal “non comune”, al “non è possibile”: l’eccezione alla loro definizione di “Italiano” non è prevista e non la sanno gestire. Non mi chiedono “che cosa ti interessa?”: non è pensabile un’alternativa al loro preconcetto (non pregiudizio: il giudizio implica un atteggiamento critico).

In Francia mediamente le donne trovano normale che a me non interessi (c’è una varietà sufficiente di argomenti a cui interessarsi), ho avuto colleghi uomini a cui frega poco del calcio. Di recente un francese, di fronte a un “non mi interessa il calcio” di Loricott, ha risposto (senza strabuzzare gli occhi e restare impalato a pensare): “un italiano a cui non piace il calcio… come un francese che non protesta”. Dunque le eccezioni sono ben previste e, a differenza di Tedeschi e Austriaci, i Francesi sono autocritci. Magari sono anche orgogliosi a sproposito, però si guardano e si conoscono. Tedeschi e Austriaci danno per scontato che loro sono “la definizione” e in modo assolutamente acritico rifiutano qualunque commento (non necessariamente negativo) su di loro con un “tu dici così perchè sei italiano/letterato/donna/uomo/…”.

Gli italiani, lo so, sono subito pronti a giudicare a sproposito (spesso a caso, solo per far prendere aria alla bocca senza pensare a quello che dicono) qualunque cosa.

Solo un esempio: quando ho commentato l’abbigliamento non curato dei colleghi in ufficio (non criticato, neutramente che i colleghi austrotedeschi erano in braghette corte, canotta, calzini e sandaletti in ufficio). La risposta: non è per voi Italiani/tu dici così perchè sei italiana e quindi -per definizione implicita- elegante.

Non: “sì, non ci curiamo dell’abbigliamento”/”a noi interessa la sostanza e non l’aspetto esteriore”/”voi siete vanitosi”/”guardati tu come ti sei vestita”/”siamo rozzi”/”mi concentro meglio senza cravatta” o qualunque altro commento che parta dal guardarsi criticamente e poi decidere se si fa bene/male/meglio/peggio. La risposta sposta l’argomento sull’interlocutore, evitando assolutamente di affrontare l’argomento. L’alternativa che ho sentito è, ancora peggio, “questo è lo standard qui”. Praticamente come dire “è così”, senza nemmeno aggiungere “e a me piace”/”è meglio che da voi”/”e da voi com’è”.

Frasi efficaci

Ho sempre avuto “ottime capacità sintetiche”, fin dalle scuole elementari. Tutt’ora apprezzo sintesi e chiarezza. Un esempio: un collega in Austria  mi chiese “avete pensato a prendere la cittadinanza austriaca, dopo tanti anni di residenza qui?”. Risposi “sí, no: sí ci abbiamo pensato e no, abbiamo deciso di non richiederla”.

A chi mi chiede se penso di ritornare in Italia, rispondo “neanche morta” e poi aggiungo: “non ho piani per ritornarci e se muoio voglio essere sepolta qui, evitando la burocrazia e l’impegno del rimpatrio di una salma ai miei cari”.

Ci sono argomenti “esplosivi” nei rapporti con altre persone: scatenano polemiche, litigi, insulti, discussioni interminabili, la fiera delle idiozie.

Riguardo alla religione: sono agnostica, non credo. Ho amiche credenti, ciascuna tiene la propria scelta nella vita privata. Trattandosi di fede, appunto: o si crede oppure no. Non c’è da discutere al riguardo.

All’ o_me_o_patia non credo. Il verbo “credere” implicitamente condensa il mio pensiero: non si tratta di scienza, se ci credi l’effetto placebo ti aiuta nei casi psicosomatici. A me no, se anche fosse il mio caso, non avendo la minima fiducia, magari mi fa l’ effetto nocebo. Non sto a dire che non ha fondamento scientifico, che il principio su cui si basa non ha alcun senso o altro: chi ragiona lo vede da sè, con chi sragiona è inutile.

A chi mi chiede se gioco al lotto rispondo, a seconda dei casi: “no, conosco la statistica, pago già le tasse al governo, non mi aggiungo la tassa sulla stupidità” oppure, ancora meglio “offro i miei soldi alla ricerca medica”. Nel secondo caso, implicitamente dico che sono soldi “a perdere” e che li offro alla ricerca medica (non al botteghino del lotto, al governo e a chi, per caso, vince all’estrazione). Poi, se uno si diverte a scommettere su certi numeri e vedere se escono, che si paghi il suo divertimento. A me l’idea del casinò annoia, solo al pensiero di giocare con i soldi: se anche mi venissero rimborsati i sodli in caso di perdita, non ci andrei, non ci trovo divertimento. C’è anche chi spende soldi per farsi trainare per un un quarto d’ora al freddo sulla neve fino in cima per il gusto di ridiscendere a valle con gli sci nel giro di un paio di minuti, rischiando anche di rompersi una gamba: si ti piace sciare vale i tuoi soldi. (Ho sciato, apprezzato anch’io, ora non mi interessa).

A chi mi chiede “di che segno sei” rispondo “non ho interesse nell’argomento e non conosco il mio segno zodiacale”. Questo implicitamente dice che non è il caso di parlarmene, che mi pare ‘na strnzta. Se la persona insiste chiedendomi del mio compleanno, ribadisco il “no, l’argomento non mi interessa”.

Lo stesso riguardo agli alieni, agli influssi delle fasi lunari sulla vita quotidiana e simili. Una mia amica, una volta rispose (riguardo alla luna piena) “I cannot dispute on that” (“non posso dibattere al riguardo”). Tengo la frase a portata di mano.

 

Intelligenza, semplicitá, discrezione

Il post di una collega blogger mi  ha fatto ricordare riflessioni fatte ormai parecchi anni orsono: c’è bisogno sempre di fare dietrologia complicata e di farsi gli affari altrui?

Tizia e Caio non hanno figli. E allora? Affari loro: se è una loro scelta sono felice per loro, altrimenti mi spiace per loro. Non sono affari miei. Se sono amici e mi raccontano della loro situazione posso stare ad ascoltarli. Non mi verrebbe nemmeno in mente di immaginare se non vogliono, non possono e chi dei due ha un problema medico e quale: questo riguarda, eventualmente, un ginecologo/un andrologo a cui si rivolgono, non me. E, soprattutto, me ne frega assai poco: quando lo so, che cosa ho in più?

Sempronio cambia la macchina: perchè era vecchia, aveve troppi chilometri, non era più a norma, consumava troppo, per far vedere che ha i soldi, per gasarsi e trovare la morosa…

Sempronio cambia la macchina, affari suoi, del suo conto in banca, del concessionario e del meccanico a cui si rivolge, che me ne frega del motivo? Magari aveva solo voglia di cambiarla, e allora?

Tizio non si sposa, non ha nemmeno mai fidanzate, non sarà mica omosessuale?

Ma che mi frega della vita sentimentale e sessuale di Tizio, ma saranno caxxi (nel senso fisico) suoi? A me basta sapere se è in coppia, se devo invitarlo a cena so se preparare per uno o per due.

Luisa va in vacanza perchè ne aveva proprio bisogno, era stressata. A me frega, tutt’al più, di sapere che cosa c’è di turisticamente interessante nel posto in cui va in vacanza, del suo stress parli con il medico, io non mi ci intrometto.

Sì, lo so, sono un caso raro di apertura mentale, sensibilità, discrezione, etc. (complimenti ricevuti, non me li faccio da sola)… a me pare solo semplice buon senso.

Contrasti stereotipati

Tra i vari stereotipi sentiti in giro sui francesi ci sono l’aspetto frivolo di certe movenze femminili  e la scarsa cura per l’igiene. Li ho sempre trovati solo scemenze.

Riconosco, tuttavia, di aver visto in un paio di occasioni signore locali muoversi e camminare in un modo che mi ha evocato le parodie che si vedono nei film. Un po’ come l’italiano che parla con le mani, gesticolando: come mi disse un ortolano del mercato in risposta al mio “con solo due mani non può fare di più” (si stava scusando per l’attesa) “les Italiens parlent avec le mains”, seguito dal gesto della mano “a carciofo” accompagnato dalla traduzione “cosa dici?” (e qui si vede l’eleganza francese: un italiano avrebbe tradotto “che caxxo vuoi?”).

Riguardo all’ igiene ho visto la stessa varietà nella cura del pulito che ho visto in altri paesi.

Il pane, icona della cultura francese, porta con sè un controsenso: quando lo compri (ovunque) il panettiere avvolge un quadratino di carta largo come un fazzoletto piegato intorno al centro della baguette. E basta: così non lo tocchi con le mani quando lo prendi; in compenso lo puoi strusciare contro tutto ciò che incontri lungo il tragitto fino a casa (e come lo tieni mentre estrai il mazzo di chiavi?). Una cosa molto chic come il fazzolettino per prenderlo in mano, poi non importa dove lo appoggi prima di mangiarlo.

Il sacchettino fatto roteare per chiuderlo, anche: una cosa molto frivola come i due ricciolini ai lati del sacchetto (mica il bordo superiore arrotolato grossolanamente come in Italia), generata facendo roteare il sacchetto, non sempre con grazia dei movimenti.