Astuzie da mamma::2

Ogni volta che il Folletto deve andare a lavarsi le mani, durante il percorso difino al bagno, riesce a toccare di tutto: “sto andando a lavarmi le mani” e “nel tragitto fino al lavandino non tocco nulla con l emani sporche” sono due concetti assolutamente scorrelati. All’ennesimo rimprovero “non ti tocchi i pantaloni con le mani sporche!” a pazienza, ormai pluriennale, esaurita ero pronta a imporre multe pecuniarie: 50 cts per ogni toccata di qualcosa con le mani sporche (la mancetta settimanale ammonta a 5€). Poi mi è venuta unídea, spinta dalla curiosità ho cercato “chirurgo lava mani” sul tuTubo e ho trovato un paio di filmati interessanti del chirurgo che si lava le mani e se le disinfetta prima di entrare in sala operatoria: la tecnica con cui si sfrega mani e avambracci, come li risciacqua, chiude il rubinetto col gomito, cammina verso la sala successiva, tenendo le mani giunte con solo i polpastrelli che si toccano e i palmi staccati fra loro, fino a quando l’assistente gli porge il telo per asciugarle. Una volta asciutte, le ricongiunge come prima e poi l’assistente gli porge il camice e il chirurgo le disgiunge per infilare le maniche.

Mi viene un lampo di genio: il chirurgo tiene le mani così per non toccare niente si sporco con le mani pulite, ma l’idea funziona anche vice-cersa: tenere le mani così per non toccare niente di pulito con le mani sporche.

Lo mostro al Folletto: si entusiasma a vedere la tecnica di lavaggio mani e l’unione per i polpastrelli. Da quel momento quando si alza da tavola, l’ordine è: “lavati le mani, il chirirgo”. Lui si ferma, unisce i polpastrelli una coppia per volta, apre il rubinetto col gomito…

Se solo mi fosse venuto in mente un paio d’anni fa, avrei meno cose unte e nere di ditate per casa…

Regole empiriche

…acquisite mettendo insieme l’esperienza del passato (lavorativo) prossimo e remoto:

  • se un candidato ad un lavoro è stato precedentemente licenziato, probabilmente è parecchio competente
  • se un linguaggio di programmazione è diffuso ed usato ovunque, probabilmente fa schifo

Idee da film

Siamo nella piazza centrale della municipalità in cui abitiamo. Loricott ed io seduti su una panchina, mentre il Folletto guida la macchina radiocomandata. La scena ideale per i dialoghi tra i due protagonisti del film.

Il Folletto sta camminando con in mano il telecomando, seguendo l’auto. Una signora col cane lo affianca, per un po’camminano insieme e il cagnolino li segue. Idea fulmiante per un film di fantasia/fantascienza: ew se per un’anomalia dekllo spaziotempo (o una magia dello stregone nascosto dietro il cespuglio, o un influsso da parte di alieni, o…) all’improvviso il cane seguisse gli ordini del telecomando e l’auto, invece, seguisse la signora?

Sì, lo so, è un bene che non abbia fatto la sceneggiatrice…

Tradizioni

Ho un’amica con cui, durante l’università si organizzava una gita fuori porta il 16 agosto, sfruttando l’assenza di turisti, locali e traffico. Tutt’ora il 16 agosto resta una ricorrenza. Sabato pomeriggio le ho imbucato una cartolina volutamente dopo le 12 per farla prelevare e timbrare stamattina (ho chiesto all’impiegata della posta). Oggi mi arriva una mailda lei “buon 16 agosto”, le rispondo di farmi sapere quando le arriva la mia cartolina.

Una tradizione che continua da 27 anni (no comment: argh!).

Farmaci e culture

Alcuni medicinali hanno circa lo stesso nome ovunque: aspirina, Aspirin, aspirine. Altri sono commercializzati con nomi completamente diversi a seconda della lingua del paese per cui sono prodotti (e della casa faraceutica): la tachipirina (a base di paracetamolo) corrisponde al doliprane in Francia (sempre a base di paracetamolo), il medicinale equivalente nel mercato edesco ha un nome completamente diverso (l’ho dimenticato), ma sempre di paracetamolo si tratta.

Anni fa, appena trasferitami in Austria, finita la scorta di arvenum (che mi ero fatta prima di partire😉 ), vidi esposte in una Apotheke (farmacia) parecchei scatole dio arvenum, con l’utilizzo proposto. Lessi il mio bugiardino, il principio attivo era lo stesso. Andai dal medico chiedendogli la ricetta: di solito uso questo (arvenum), il daflon ha gli stesis ingredienti.

Ora in Francia mi si ripresenta lo stesso problema (in ambito ginecologico). Oggi vado dal medico di base (non il solito che è in ferie, come pure la ginecologa). Gli spiego tutto con ordine: che cosa mi è successo, che medicinali ho preso, quando, come sono cambiati i sintomi. Sta per cambiarmi uno dei medicinali, lo prevengo: c’è un altro farmaco, per lo stesos scopo, che mi ha acccentuato i sintomi. Mi chiede quale, non me lo ricordo. Mi dice: ci sono tre prodotti per questa patologia, quello che ha appena preso, quest’altro e questo terzo. Riconosco l’unico nome che non ho mai usato, il rimanente, per esclusione, è quello da evitare. Gli aggiungo: ho vissuto undici anni in Austria, un medicinale tedesco che mi faceva bene si chiama xxxyyy, se lei ha internet la aiuto a cercare il principio attivo. Mi sorride, mi porge carta e penna, gli scrivo il nome del medicinale e “wirkstoff” (principio attivo), lui inserisce le parole in un motore di ricerca ed appare l’equivalente del bugiardino, gli indico il principio attivo, lui prende il suo prontuario, cerca il principio attivo (i nomi dei prodotti chimici sono abbastanza simili – ex: paracetamolo, paracetamol), lo trova: Madame, abbiamo anche qui un medicinale a base di ilSuoPrincipioAttivo. Me lo prescrive.

Io nei suoi panni troverei la scenetta un interessante diversivo da un caso clinico comune e monotono da trattare.

Ponte tra generazioni

Il Folletto scrive una lettera a superP, in cui racconta del labirinto di Merville, aggiungendo un disegno del labirinto con un antico simbolo proprio di parecchie culture (incluso il Buddismo cinese) nel punto del forziere con il tesoro da scoprire alla fine del percorso. Lo vedo, mi accorgo che il verso di rotazione è opposto a quello usato durante la guerra  ma penso rapidamente: superP era un’adolescente duante la guerra e magari, anche se disegnato in arancione alla fine di un labirinto e con la chiralità opposta, le risveglia brutti ricordi. Lo dico al Folletto che mi sgrana gli occhioni e mi dice “mamma, ho disegnato un antico simbolo cinese, che cosa c’è di brutto?”. Facciamo una rapida ricerca su internet, troviamo che l’antico simbolo hindu aveva anche un pallino in ciascun quadrante, gli proponiamo di aggiungerci i “pallini” e gli spieghiamo chi l’ha usato durante la guerra. Spediamo la lettera, telefono a superP, glielo dico: ho voluto evitare di creare un tabù ad un bambino che, per fortuna sua, queste cose le studierà a scuola come cose di un passato per lui remoto. SuperP coglie la mia finezza, ringrazia e apprezza la mia sensibilità. Ho fatto da ponte tra tre generazioni😀 .

Elogio (ovvio ma non troppo) alla salute

Tutte le mattine, uno dei primi pensieri coscienti è: “sto bene, sono in salute, vediamo di trarre il meglio dalla giornata”. Regolarmente controllo il seno, poi penso a quanto tempo è passato dall’ultimo episodio di cistite: sono appena guarita dal più recente, occorso ben nove mesi dal precedente😀 . Non smetto di apprezzare la buona funzionalità del corpo (dovremmo farlo tutti): sarà scontato, ma poter fare pipì senza pensieri o dolori è parecchio apprezzabile (e non ci si può astenere in attesa di guarigione, come digiunare quando si ha mal di stomaco!). Lo stesso si applica a tutte le altre funzionalità del corpo: vederci bene, sentirsi leggeri allo stomaco, respirare bene dal naso (tutti si prende il raffreddore prima o poi…), avere i muscoli tonici etc. etc. Poi penso a come si dia troppo spesso per scontato il benessere fisico, senza prestarvi attenzione: essere in salute dovrebbe essere la norma, non un lusso, ma esserne coscienti e apprezzarlo non guasta mai e, secondo me, aiuta anche a stare meglio.

Presenze costanti

amicaP, la signora della porta accanto: un’amicizia profonda che è evoluta, negli scorsi sedici anni, ci ha seguito nella nostra evoluzione e in giro per l’Europa. Le ho fatto confidenze intime, ha sempre ascoltato e capito senza mai giudicare, le parlo del posto e della cultura in cui vivo, delle nostre traversie lavorative, del mondo aziendale di cui abbiamo scoperto l’aspetto “minore” (e, sono sicura, non ho visto il peggio), dell’educazione del Folletto, a cui partecipa come amica, potenziale nonna, ex-insegnante (ora si impegna a scrivergli lettere per dargli una motivazione a leggere e scrivere in italiano, su mia proposta, apprezzando alcuni aspetti dello stile con cui scrive che a me non sarebbero mai venuti in mente – e inseganva matematica, non lettere), ora che sono a casa la chiamo mediamente una volta la settimana, si chiacchiera sempre di cose interessanti (per esempio, come ex-insegannte, è particolarmente interessata alla struttura e all’organizzazione della scuola in Francia e in Germania e Austria), ex-campeggiatrice si è esaltata all’idea del campeggio del Folletto con il centre de loisirs (e gli ha scritto una lunga lettera con le sue esperienze di campeggio con i suoi figli, allora piccoli). Una miscela del meglio di essere un ‘amica, potenzialmente una mamma, una confidente, una persona di cultura ed esperienza diverse dalle mie con cui conforntarmi, arrichhendoci entrambe ogni volta. L’unica critica: non è ancora venuta a GrandVille e non se la sente di farlo da sola. Quest’anno ne compie 85, con l’energia che si ritrova almeno a 100 ci arriva lucida, attiva ed interessante come sempre.

Scommessa da mamma

La sera precedente il Folletto mi ha chiesto di giocare a carte. Ho detto “no, sono stanca, non sono concentrata”.

Al mattino mi ha chiesto una cioccolata. Ho detto “no, ti sei già bevuto una ciotola di latte con i cereali, troppo latte non va bene”.

La giornata è piovoso-nuvoloso-ventosa. Decido di giocarmi il jolly e lo vado a prendere prima al centre de loisirs.  Mi vede, mi chiede “perchè sei venuta a prendermi così presto?”. Gli dico “te lo spiego quando usciamo, puoi finire il tuo gioco”. Me lo richiede almeno tre volte in sequenza, un animatore gli dice “il motivo della tua mamma non riguarda i tuoi amici, te lo spiega quando siete da soli”. Lo ringrazio e dentro di me lo benedico.

Usciamo e gli dico: “volevi la cioccolata e volevi giocare a carte, oggi il tempo non è tanto bello, andiamo a casa presto e facciamo cioccolata con i biscotti e partita a carte”.

Prevedo al 50% “sì, che bello!” e “ma noooo! volevo giocare, ma uffaaaaa!”. Mi va bene, apprezza l’idea. Ci facciamo un paio di partite a rubamazzo, ci beviamo la cioccolata, lo limito nel numero di biscotti che si mangia, ciascuno va al suo computer (io lavoro, lui si guarda un film). Di nuovo una proposta diversa dal solito: cena ora, oppure dopo il film ci laviamo e ceniamo più tardi, in pigiama? facciamo il pigiama-party?

Accetta, apprezza e si lava pure in fretta.

Adesso per almeno tre settimane lo vado a prendere a cinque minuti dalla chiusura del centro…

Individui e solitudine

Estratto da un articolo trovato su internet:

 

Esca”, “Veda gente”, “Frequenti qualcuno” “Si iscriva in palestra”, sono i consigli più inflazionati da parte di certi addetti al sostegno della persona,  dimentichi dall’astenersi a dare consigli

E così gli interventi alla persona finiscono troppo spesso per tradire il principio di unicità dell’individuo, aderendo né più né meno ai suggerimenti del passante o della dirimpettaia, i quali hanno almeno il pregio di essere gratis! In questo caso, invece, si può aver addirittura pagato per sentirsi spingere a conformarsi agli stili di vita più comuni, considerati giusti, normali, in antitesi alla modalità esistenziale che ha condotto la persona ad un consulto verso uno specialista.

Il soggetto ha avuto la sfortuna di sviluppare una particolare sensibilità, ha una sua particolare visione di mondo (“è strano”, dice la gente), ama riflettere, studiare e fare ricerche (“si fa troppi problemi”, dice la gente), alla confusione e alla bolgia di una discoteca preferisce un libro da leggere nel silenzio e nella penombra della sua camera (“è antico”, lo etichetta la massa), alla folla e alle compagnie numerose preferisce la presenza di pochi ma fidati amici (“è asociale”, lo criticano subito), non ama esporsi e raccontare tutto e subito di sé, ma riserva con pudore la sua storia e si confida soltanto con pochissimi intimi (“è introverso”, lo bollano gli altri), si interroga sui grandi quesiti della vita, contempla il mistero e l’imponderabile divertendo la sua mente (“è contorto”, lo marchiano all’istante).

Chi è davvero solo? Chi dovrebbe essere aiutato?

 

Non avrei saputo descrivere meglio gli innumerevoli abusi a sproposito di sciocchezze consigli comuni dalle bocche di chi non “pensa troppo”, ma “non pensa” e basta.