A casa come al bar

L’attenzione alle maniere a tavola (presente da sempre in sordina) è scaturita dal vedere il Folletto fare a tavola le cose che vede fare ai suoi amici (tipiche dell’età, vanno bene alla tavolata dei bambini). Ci sono diversi linguaggi: le parolacce vanno bene tra amici in cortile, a casa non si usano (pur conoscendole  e facendone uno scambio culturale, con tanto di corrispondeze di improperi in italiano e in francese e valutazione della volgarità del termine in ciascuna lingua); allo stesso modo tra amici fanno le cose permesse dagli assistenti della mensa, a casa si mangia secondo le regole del convivio con amici garbati al bistrot (non la bettola, non il ricevimento ufficiale – di cui peraltro avrei quasi tutto da imparare).

Pur essendo il Folletto sia un buon gourmet  (buongustaio) che un buon gourmand (una buona forchetta), il tempo passato a tavola al momento per lui è un intermezzo il più breve possibile tra un fumetto e un film. Presto visto, presto fatto: la tavola deve rimanere un piacere, mai un fastidio (anche per me che non sono seduta di fronte a qualcuno che non vede l’ora di andarsene): da una settimana ciascuno dei due cena quando ha fame, in piedi al piano di lavoro della cucina (sgomberato e pulito), preparandosi una cena fredda o riscaldando al microonde il piatto già cucinato (la qualità è più che accettabile). L’armonia domestica: io mangio (poco) tranquilla presto, lui cena quando ha finito le sue attività , gli preparo sempre la degustazione di dolci (il café gourmand, senza caffè), lo lascio padrone della cucina (e di mettersi a saltare o a girare in tondo tra formaggio e dessert se ne ha voglia), lui sparecchia il piano quando ha finito. Un po’ timorosa che si sentisse solo (lo so, paturnie da mamma) gli ho chiesto che cosa gli piace della cena in cucina da solo e mi ha risposto “l’atmosfera: è come essere al bar!”. E io vedo, come una regista dietro le quinte, quanto si diverte nel guadagnare autonomia nel prepararsi le cose.

Il finesettimana si pranza tutti e tre insieme e si cena Loricott e io da soli 😀 , il Folletto passa dopo “al bar”.

Dettati

L’obiettivo era di tenere il Folletto allenato a scrivere in italiano, tedesco e inglese. Ho cominciato dettandogli due frasi in ciascuna lingua. nonostante il tutto prendesse meno di dieci minuti, si annoiava. Ho colto l’occasione: ora lui mi detta qualche frase in francese e poi mi corregge l’ortografia. Poi lui si scrive le stesse frasi una in iatliano, una in tedesco, una in inglese, a sua scelta. E molto professionalmente mi corregge la dictèe, dandomi un punteggio parole giuste/parole totali e una valutazione (excellent, très bien,…), come la sua maestra. Lui si diverte e io imparo l’ortografia francese.

Educazione, libertà, solitudine

Mi trovo durante la settimana ad essere sola nell’educazione del Folletto. Dai piccoli gesti pratici a tavola, nell’igiene quotidiana, nella cura del proprio spazio e dei propri oggetti (rifarsi il letto, posare i vestiti puliti piegati, gettare quelli sporchi nel cesto della biancheria), fino ad argomenti più impegnativi come “cos’è una religione”, “hai mai pensato di fare altri bambini?”, domande varie sulla sessualità (a cui rispondere in modo sensato e comprensibile alla sua età: questa è la sfida), spiegargli come difendersi da potenziali molestie.

Da un lato l’assenza di riferimenti mi spiazza, dall’altro mi offre un’occasione d’oro: trasmettere a mio figlio le mie idee, i miei valori, impostare la sua educazione a modo mio, senza interferenza alcuna. Il tutto immersi in un ambiente ed una cultura compatibili con il mio modo di sentire: trovo le regole di comportamento a scuola, diverse dalle mie a casa, apprezzabili e sensate, il comportamento che propongo al Folletto secondo le mie regole si inserisce bene nell’ambiente della scuola.

Il tutto, ovviamente, in comune accordo con Loricott.

Imbarazzi, professioni, parolacce

Fol: oggi un bambino mi ha detto una cosa che mi ha messo in imbarazzo, posso dirtela, ma non mi punisci?

DN: ti ascolto e basta

Fol: mi ha detto ta mére la p_u_t_e (letteralmente “tua madre la putt…”)

DN: io sono un’ingegnere, non una prostit_uta, voleva solo dirti una parolaccia. Anche in italiano si dice “figlio di” ed è usato come insulto alla persona, non alla madre, anche in dialetto: una volta la mamma di un bambino, in piena estate con le finestre tutte aperte ha urlato a suo figlio “fiö d’üna vacâ” (figlio di una vacca) perchè l’ha fatta arrabbiare. Tutto il condominio ha sentito, c’è stato un attimo di silenzio totale e anche lei si è accorta di quello che si era detta da sola. Un altro bambino del mio cortile mentre litigava con suo fratello gli ha dato del “figlio di putt…”, considerato che la mamma era la stessa per entrambi… Se te lo dice di nuovo, lo dici ad uno degli assistenti, perchè non si insulta.

Il Folletto mi sembra tranquillizzato.

Torta alla panna

  • 150 ml di panna liquida
  • 180g di zucchero
  • 250g  di farina
  • 3 uova
  • 1 bustina di lievito
  • la scorza grattugiata di un limone

Preriscaldare il forno a 180°. Mescolare con le fruste tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto omogeneo. Cuocere almeno 30′, poi fare la prova dello stecchino. Nel mio forno ci vogliono 40′. Se la crosta si secca, coprire la torta col foglio di alluminio negli ultimi minuti di cottura.

Ideale a colazione, si può anche farcire con marmellata, nutella, miele, crema pasticcera…

Torta alle carote

  • 120g di purea di carote cotte
  • 80ml olio di semi
  • 150g di farina
  • 100g di farina di mandorle (o mandorle tritate)
  • 3 uova
  • 120g di zucchero di canna
  • scorza di 1 arancia
  • 1 bustina di lievito
  • 1 cucchiaino di cannella e/o di zenzero

Da fare un’ora  prima: togliere le uova dal frigorifero (devono essere a temperatura ambiente).

Accendere il forno a 180º. Volendo, separare le uova e montare le chiare a neve. Montare con la frusta i tuorli (o le uova intere) con lo zucchero e incorporare la purea di carote. Aggiungere l’olio di semi e la farina di mandorle, continuando a mescolare. Incorporare la farina poco alla volta, la cannella e aggiungere il lievito. Grattugiare la scorza dell’arancia ed aggiungerla all’impasto, incorporare le chiare (se si è scelto di separare le uova) mescolando con un cucchiaio di legno. Cuocere almeno 30 minuti, poi fare la prova dello stecchino e prolungare la cottura di 10 minuti alla volta se serve.

Contrattempi e piccoli gesti

Salgo in auto col Folletto, cerco di avviarla, la batterie scarica rantola e si spegne. Andiamo a piedi al centre de Loisirs. Colgo l’occasione per spiegare al Folletto il significato di “prendersi dei margini”:  avevo deciso di anbdare in auto, ma partendo un po’ prima del tempo limite, in questo modo facciamo in tempo, dato l’imprevisto, ad andare a piedi. Lungo il percorso (con vento forte, rafiche a 85 Km/h a detta del sito meteo) dubito di riuscire ad arrivare in tempo. Telefono al centre.

C: centre de Losiris Bonjour

Dn: Bonjour, je suis la maman du Folletto

C: Bonjour madame

Dn: …[sempre in francese] ho  un problema con l’auto, non parte, stiamo venendo a piedi, magari arriviamo 5 minuti dopo la chiusura, stiamo facendo del nostro meglio

C: non si preoccupi, madame, vi spettiamo all’ingresso.

Arriviamo, trafelati e con i capelli spettinati dal vento alle 9:25, appena in tempo (le porte chiudono alle 9:30). L’impiegato all’ingresso (probabilmente lo steesso che ha risposto al telefono) mi guarda, sorride, guarda l’orologio, si sorprende e chiede “vi ha aiutati il vento?”. Facciamo un paio di battute sul vento a favore e il vento contro, goi diciamo che la porticina del contatore del gas incassato nel loro muro di cinta è spalancata, lo dice alla colelga cherisponde che se ne stanno giá occupando (probabilmente hanno chiamatoi l’azienda del gas), mi ringrazia di averglielo detto (e cha altro?), saluto il Folletto, vado a piedi in posta. Chiedo aiuto alle impiegate per compilare i moduli per la spedizione di un pacco, lo porto al bancone e levo le mie cose dalla macchina per l’affrancamento automatico. Mi salutano, dico che devo ancora affrancare un paio di lettere, ma ho levato le mie cose dalla macchina per lasciare posto alla cliente successiva mentre ero al bancone col pacco. Mi dicono che potevo finire le mie consegne, rispondo che l amacchina è di tutti, la libero mentre faccio altro. Ringrazio per l’aiuto, mi ringarziano della gentilezza, commento che tutti sono pronti a lamentarsi quando le cose non funzionano, ma pochi a ringraziare quando funzionano. Esco e prendo l’autobus.

A tavola: maniere e gusto

I n casaInge stiamo lavorando sulle maniere a tavola del Folletto.

Riassunto delle regole:

  • ci si siede solo col sedere (e che altro? non ci si stravacca col braccio a cavallo dello schienale, non ci si siede sopra una gamba piegata in bilico sul bordo della sedia, non ci si appoggia con le spalle al bordo del tavolo… ed altre acrobazie di cui solo i bambini sono capiaci)
  • si appoggiano al tavolo solo gli avambracci (non i gomiti, il braccio con la testa appoggiata sopra o altro)
  • con le mani si tocca solo il pane
  • l’interno della bocca è segreto (non la si spalanca, piena o vuota che sia, mostrandone l’interno: lo si fa solo dal dentista – a bocca vuota e su richiesta)
  • si inizia a mangiare tutti insieme (abbiamo il rituale di ciascuno serve il piatto ad un altro, in cerchio: in questo modo nessuno aspetta seduto davanti al piatto fumante senza poterlo toccare)
  • si aspetta che tutti abbiano finito (col buon senso: se lui ha finito e non gli interessa il dessert, può andare a giocare per conto suo)
  • con la bocca o si mangia o si beve o si parla: in sequenza, non contemporaneamente

Per evitare l’aspetto pedante dei rimproveri (mi annoia la sola idea di pensarci), abbiamo inaugurato la raccolta dei punti finezza: per ogni finezza (= cosa fatta bene) a tavola un punto. A questo si aggiunge la libertà di scelta: mangiare tutti insieme a tavola secondo le regole, oppure ciascuno quando ha fame si prepara per sè qualcosa di semplice, al tavolo oppure sul piano di lavoro della cucina (stile bar), da mangiare come gli pare: mangiare deve essere un piacere, non un impegno pieno di regole. Quando si prepara qualcosa di elaborato, lo si mangia tutti insieme.

Sabato esco a fare la spesa, chiedo se serve qualcosa da mettere in lista. Il Folletto mi chiede: “per favore il salmone o la trota affumicata, ho un’insalata che vorrei prepararmi”. All’ora di cena prende in mano l’Ipad con un nuovo videogioco, gli chiedo: ceni ora con noi o dopo quando hai fame? Sceglie il “dopo”. Ne approfitto per una cena a due sola con Loricott. Sparecchiamo, lasciamo solo i bicchieri, leviamo gli scarti e le briciole, il Folletto sua sponte si prepara un’insalata di due fette di trota affumicata adagiate su un letto di foglie verdi, condita alla francese con la senape nel pinzimonio, chiede un paio di fette di pane in cassetta (“quello che ha fatto la mamma, che è più buono di quello del supermercato” 😀 ), tostate, su cui spalma un velo di crema di formaggio (l’equivalente del Philadelphia). Se lo porta a tavola, chiede a Loricott di fargli compagnia. Mi siedo in poltrona e mi godo il seguito dello spettacolo di loro due prima in cucina a preparare l’insalata e poi a tavola a chiacchierare come due uomini. Solo l’idea gourmet dell’insalata gli ha procurato tre punti finezza. (Un altro effetto del crescere in Francia, altro che wurstel e patate – o ben di peggio – a Kleinburg).

Due ruote e un perché

Premessa: oggi sono andato a prelevare la mia nuova bicicletta d’occasione, comprata usata da un collega che parte per altri lidi. Una bella bicicletta (almeno a mio parere), attrezzata per le percorrenze urbane e l’occasionale parco cittadino che costituiranno la stragrande maggioranza dei miei percorsi. Una cosa cosi’:

https://www.btwin.com/en/city-bikes/hybrid-bikes/18071-hoprider-520-city-bike.html

Leuven e’ un bel posto per i ciclisti, e non avendo una macchina, questo semplice mezzo di trasporto mi leva ben bene d’impaccio per le commissioni quotidiane.

Fin qui’, niente di strano.

La direzione di centroRicercaBelga rimborsa in tutto o in parte i costi per andare dal proprio domicilio al lavoro. In particolare, paga il 100% dell’abbonamento ferroviario, il 100% dell’abbonamento bus, e paga 0.2 EUR / km (si, venti centesimi al kilometro) se si viene in bicicletta. Se come il mio collega abiti a sette chilometri dalla ditta, fanno poco meno di 60,- EUR / mese.

Non male.

Mi sono sempre chiesto perché. Insomma, capisco i mezzi pubblici, ma per quale motivo bisognerebbe rimborsare uno che viene al lavoro in bicicletta?

Oggi, mentre pedalavo da Kessel-Lo a Heverlee, sacramentando e maledicendo Giove Pluvio e tutti i suoi nubifragi, Eolo e le sue tramontane gelide, i sampietrini viscidi, e infine i pedoni con le cuffiette nelle orecchie e la testa su Saturno, ho capito finalmente perché 😉