Bruttilde

Mi fa pensare a bruttilde lei, dentro di me penso “sei bella tu!” e “magari, a dispetto di un’ apparenza un po’ ruvida e’ una persona dolcissima”.

Lunedì mattina, alla macchinetta del caffè:

DN: hello, happy new year

Bru: you already sad it

[le avevo fatto gli auguri il lunedì precedente, non siamo ancora a metà gennaio]

DN[sorridendo]: if you prefer I wish you the worst year of your life!

Bru[seria]: no, no!

Appoggio il tesserino con decisione al lettore sulla macchinetta (funziona a contatto)

Bru[seria]: you did it as if you are really angy!

DN[sorridendo]: it’s only monday, if you’re already angry on monday morning, what will you be on friday?

Bru[seria]: you DIE!

Questa non sembra Bruttilde, questa è Bruttilde! Mi guarderò bene dal dirle buongiorno la prossima volta che la incontro…

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Belg(entil)i

Sono passati quattro mesi, ormai la fase di ambientamento è ampiamente terminata, ho trovato la quotidianità e so, mediamente, che cosa aspettarmi dai locali, come modi di fare, di agire, di parlare…

Come al solito, dopo alcuni casi eclatanti di caproni ignoranti che si trovano in tutte le culture (come l’ impiegata al banco-posta del supermercato che ti pesa e timbra la lettera senza nemmeno guardarti mentre continua a chiacchierare con la cliente precedente che si avvia alla porta, lasciamo perdere il “buongiorno, prego, arrivederci” o la panettiera che non capisce quello che cerchi di dirle nella sua lingua che non conosci e, invece di mostrarti col dito i tre tipi di croissant che ha  e chiederti quale vuoi, ti dice innervosita che non riesce a capire quello che dici” – a un cliente non si risponde MAI in questo modo, se non si spiega – pur provandoci e non ci riesce- si apprezza lo sforzo e gli si va incontro, o lo si ringrazia col sorriso e lo si manda affan-q-lo appena dopo che è uscito), ho trovato casualmente alcuni casi parecchio gentili:

  • il medico condotto di fianco a casa, che mi ha dato parecchie informazioni pratiche su farmacia e altro, anche senza che glielo cheidessi (e non mi ha fatto pagare la visita)
  • l’autista dell’ autobus che ha appena cambiato posto della fermata (ma resta il paletto al posto precedente), lo vedo passare e deviare, inizio a correre col Foleltto verso la bnuova fermata, saliamo e lo ringrazio, mi dice che ci ha visti e ci ha aspettati di proposito, da sue giorni la fermata si è spostata, ma -gli faccio notare- resta il pannello con gli orari, mi dice sopra c’è l’avviso dello spostamento (non l’ ho visto, probabilmente era scritto in fiammingo: siamo in pieno centro di una cittadina universitaria zepap di studenti (!?!)).
  • la segretaria del mio ufficio che mi ha spiegato, spontaneamente, parecchie cose pratiche (e si lamenta della ridotta leggibilità delle informazioni della pagina internna all’ azienda)
  • il signore della porta accanto, a cui mi sono presentata appena arrivata, dicendogli che se ha bisogno basta che suopni alal nostra porta: lo incontro in cantina con in mano una bottiglia di vino, ci scambiamo gli auguri per l’ anno nuovo, mi racconta di parecchi posti turistici in Belgio che ha visitato durante le vancanze, gli chiedo, visto che lavora in ospedale, se mi spiega come prenotarmi il pap test, mi dice che è un professore di ginecologia, mi spiega come funziona il sistema di prenotazioni e aggiunge: mi metta un biglietto sotto la porta con il suo indirizzo di email, le scrivo i nomi dei migliori ginecologi (e il giorno dopo ricevo la mail con le spiegazioni e la pagina internet per le prenotazioni dell’ospedale)

Piacevoli sorprese che è bello apprezzare in mezzo alla norma di una cultura in cui le informazioni sono disponibili per tutti, se sai già dove e che cosa devi chiedere.

Il medico di famiglia

Dopo l’abituale infezione alle vie urinarie, rientrata dalle vacanza mi sono presa la bronchite di stagione. Ormai abituata a riconoscere i sintomi, al terzo colpo di tosse decido di andare dal medico. Avendo anche qualche fastidio di nuovo a fare pipì, faccio il test con la cartina di tornasole, la reimbusto e la porto con me. Stavolta provo dal medico dietro l’ angolo (oggi è in ambulatorio dalle 8:30 del mattino – a seconda dei giorni cambia l’ orario di presenza in ambulatorio, con e senza appuntamento). Lo studio è l’ unione di due apaprtamenti attigui: da pianerottolo a destra si entra nella sala d’attesa, a sinistra nell’ ambulatorio. La sala d’attesa è arredata come una salotto, tavolone da pranzo con otto sedie attorno, credenza, porta di accesso alla cucina, un giro di sedie nella zona vicino alla finestrona-vetrina-con la tenda. Viene il medico a chiamare la signora prima di me: un’ ometto piccolino, con una corona di capelli bianchi intorno al cranio, tenuti cortissimi: mi ricorda il medico condotto prossimo alla pensione che avevo in Italia, e gli occhialini rotondi, questo ha in più i baffetti bianchi. Sento le loro voci dentro l’ ambulatorio, passano 25 minuti, finalmente esce. Questo inizia a ricordarmi il emdico condotto in Italia, che chiacchierava con i pazienti. Il medico mi invita a entrare (parla fiammingo, capisco “Mevrouw”, la gestualità è eloquente). Mi dice in fiammingo che “la signora precedente era dura di udito” (capisco “mevrouw, hard, horen”). Gli stringo la mano, gli dico “Goedendag” e gli chiedo timidamente “english?”, lui mi risponde altrettanbto timidamente “yes, english”, allora gli propongo “français?” e mi risponde fluentemente “oui, Madame, bien sûr” e  inizio a spiegargli che penso di avere la bronchite e che ho spesso infezioni alle vie urinarie (riassunto della storia precedente). Gli mostro la cartina di tornasole, lui mi dice che questo modello francese non è disponibile in Belgio. Gli dico che le ho comprate su internet, non in Francia, gli mostro il foglio istruzioni multilingue (manca il fiammingo, ma ci sono inglese, francese, tedesco, italiano e forse spagnolo). Gli dico del caso precedente e gli mostro il bugiardino dell’ antibiotico che mi ha prescritto il suo collega e gli dico del risultato sorprendente dell’ urocultura. Mi spiega con ovvietà che evidentemente il germe che avevo non fa parte di quelli per cui si fa il test con l’ urocultura, poi mi mostra una scatoletta rotonda piena di cartine di tornasole che ha nell’ ambulatorio, con i reagenti per non so quanto parametri, me li spiega tuttti, mi dice di andare a comprare questi e mi spiega dove li posso trovare, mi scrive il nome del prodotto e mi diegna la cartina per arrivarci dal suo ambulatorio. Gli porgo la e-card di indentità belga (serve anche da tesserino sanitario) e il foglio con gli adesivi dell’ asswicurazione complementare. Mi prende un adesivo e copia a mano il mio nome sul suo modulo. Mi chiede se sono italiana, e da dove vengo in Italia, quanto tempo ho vissuto in Francia. GLi racconto la mia storia, mi chiede dove lavoro e che lavoro faccio, ammira il mio cappello (di feltro, rosso scuro, lo indosso insieme alla mantella austriaca grigia coi profili verdi – abbigliamento poco usuale), glidico che l’ ho comprato a Londra, ci sono andata com l ‘Eurostar da Bruxelles, mi chiede se conosco un negozio di cappelli a Bruxelles, dove li fanno di questa foggia… Mi ricorda un pochino Poirot nel modo di muoversi e nell’ interesse che ha per la mia vita personale (non nella sua corporatura minuta). Mi chiede dove abito, (dietro l’ angolo), dopo le chiacchiere mi ausculta, mi f atossire, mi diagnostica la tracheite, lo rassicuro: comincia sempre così, nel giro di due giorni diventa bronchite. Mi prescrive l’antibiotico, spiegandomi: questo va bene sia per la bronchite che per l’ indfezione alle vie urinarie. MI spiega che da quest’ anno il ministro della sanità ha eliminato questo antibiotico dalla lista delle medicine rimborsabili, perchè viene prescritto troppo di frequente (anche qui i politici fanno le loro?!?), quindi cerca il farmaco generico per farmi spendere meno. Poi prende dal suo armadietto dei medicinali un paio di scatolette di un farmaco per la cistite, mi chiede se lo conosco, mette insieme tutti i blister con ancora le capsule in un’unica scatola e me la regale: mi dice: questo lo prenda come prevenzione per le infezioni. Mi rende la e-card (non ha la macchinetta per leggerla), mi spiega dov’ è la farmacia più vicina, mi porge una ricevuta e mi dice di incollarci sopra l’ adesivo dell’ assicurazione complementare, poi inizia a spiegarmi dove posso trovare una cassetta della posta dedicata all’assicurazione nei dintorni, lo fermo: ce n’ è una dentro l’ azienda, la imbuco quando vado in ufficio. Lo saluto, esco, vado in farmacia, spendo 18 euro per l’ antibiotico (la volta scorsa ne avevoi pagati 9), poi mi rendo conto che non mi ha chiesto di pagargli la visita. Penso che probabilmente se la fa rimborsare direttamente dall amia assicurazione (mi ha preso l’ adesivo), poi guardo la ricevuta: mi ha fatto la fattura da 25 euro, con questa l’assicurazione me ne rimborsa 19, praticamente rientro del costo dell’ antibiotico: ma vuoi vedere che non mi ha fatto pagare la visita per compensare la mia spesa per le medicine? (l’ alternativa è che se n’ è dimenticato, foglorato dalla mia presenza e dal mio cappello, ma dopo anni di pratica in ambulatorio, mi parrebbe parecchio strano…). E penso che ci sono persone come lui che silenziosamente danno una mano, senza dare nell’ occhio, magari per lui la mia presenza ha portato un po’ di novità dopo anni a curare tossi e raffreddori.

Torno a casa a pranzo, vadoa piedi in ufficio nel pomeriggio, lo incontro lungo strada, con il cappello e la valigetta, sta uscendo dalal palazzina di fianco, probabilmente una visita a domicilio, ci si saluta con un sorriso e un cenno del capo.

Persone così mi fanno ritrovare la fiducia nel genere umano.

Paese che vai, dottore che trovi

Posso dire di avere finalmente trovato la quotidianità qui in Belgio: mi è già venuta l’ infezione alle vie urinarie (purtroppo). Come al solito, abbastanza all’ improvviso, fare pipì diventa un incubo, ormai (come scrivevo in post precedenti) mi sono organizzata: provetta da riempire (sempre una cosa complicata per noi donne), antibiotico di scorta da prendere, poi vado dal medico (in Francia avevo anche una prescrizione per l’ urocultura, per andare direttamente al laboratorio analisi e andare dal medico solo col risultato). Qui non avevo ancora il medico: chiedo alla portineria se c’è un medico in azienda, l’ impiegata telefona all’ infermeria, l’ infermiera le dice che per questo devo andare dal mio medico. Non avendone uno, l’ impiegata mi dà il recapito di uno studio medico facilmente raggiungibile in autobus, mi diche di chiamare e prendere appuntamento. Chiamo, tutto in inglese, ho l’ appuntamento per un paio d’ ore dopo. Nel frattempo vado a casa, riempio la provetta, prendo l’ antibiotico e poi vado alla fermata dell’ autobus. Arrivo in netto anticipo. Il medico mi riceve stupito dell’ anticipo (col bruciore alla vescica potevo fare poco altro 😦 ), gli parlo in inglese, gli spiego tutta la storia precedente, mi chiede se ho ancora pastiglie dell’ antibiotico con cui ho iniziato. Mangio la foglia (ormai sono esperta della prassi comune di un medico in questi casi) e gli dico che non, non ne ho abbastanza (così mi prescrive la scatola intera e ne avanzo qualcuno per la prossima volta, per iniziare a curarmi in attesa dell’ esito dell’  urocultura), gli mostro il bugiardino, sta per prescrivermi lo stesso, gli dico che non mi ha fatto molto, di solito se è l’ antibiotico giusto nel giro di un paio d’ ore miglioro sensibilmente, stavolta no. Lo guardo seria e gli dico “please be strong” (giustamente il medico non parte con cose forti, ma ormai lo so dai sintomi se è solo un fastidio o se invece si tratta di un’ infezione “forte” ). Mi prescrive un antibiotico più forte, mi dice di aspettare almeno il mattino dopo a prenderlo. Di nuovo, mangiata la foglia, gli chiedo il motivo. Mi dice “altrimenti le vengono gli incubio se lo prende la sera”. Gli rispondo che se non inizio subito mi vengono gli incubi per il dolore alla vescica, non dormo comunque. Mi dice “almeno lo prenda mentre cena”. Gli porgo la carta d’ indentità belga (elettronica) che serve anche come tesserino medico, poi gli mostro gli adesivi dell’ massicurazione sanitaria. Si sorprende che ce li abbia, me ne prende uno, lo incolla sulla sua pratica, mi chiede se pago in contanti o con la carta di credito. Invia lui la ricevuta alla mi assicurazione, mi trovo il rimborso sul cc. Mi dice di telefonargli se l’ antibiotico non fa effetto. Tre giorni dopo lo chiamo, come d’accordo, per sapere il risultato dell’ urocultura (per sapere se l’ antibiotico è adatto per il germe che ho stavolta o va cambiato), mi dice che il risultato è motlo strano: ho una quantità di globuli bianchi più del doppio di quella normale – sintomo di infezione in corso, ma non sono stati trovati germi, di rifare l’ analisi tre giorni dopo la fine della terapia.

Sistemi sanitari

Ero abituata in Italia ad avere da sempre il tesserino ASL di cartoncino con cui andare dal medico e a richiedere il modllo E111 per i viaggi in giro per l’ Europa, quando servivano analisi mediche o uno specialista c’era sempre il “se vai privatamente costa caro, all’ ospedale paghi il ticket“. Per fortuna non ho mai avuto grossi problemi di salute o di soldi per pagare le visite mediche, tuttavia 50 euro/carie per le otturazioni dal dentista mi pareva caro.  Quando sono arrivata in Austria, presa da tutte le novità della prima emigrazione, senza che mi rendessi conto di dovermi iscrivere al sistema sanitario austriaco, l’ impiegata dell’ ufficio personale mi disse “l’azienda l’ ha iscritta d’ ufficio alla cassa malattia a cui è associata, serve quello quando va dal medico”. Tutto pagato dalla cassa malattia, un’euro per ricetta da pagare in farmacia, le visite private (per esempio la ginecologa) rimborsate parzialmente dalal cassa malattia (rimborsato il costo di una visita in ospedale), il dentista rimborsato (visite e interventi di routine, inclusa la pasta grigia per le otturazioni, il medico dentista mi ha chiesto se volevo un materiale diverso con la differenza di costo- risibile- a mio carico). Il tutto fatto direttamente col tesserino sanitario letto dalla “macchinetta” del medico. Per la degenza in ospedale un costo giornaliero risibile per vitto e alloggio (in base al reddito).

Arrivata in Francia, mi è stato spiegato come funziona il sistema sanitario dirttamente dall’ azienda che mi ha assunta: il 60% delle spese mediche è pagato dal sistema sanitario nazionale, il resto dall mutuelle, cioè un’ assicurazione privata, per cui l’ azienda ha una convenzione con prezzi agevolati. IN pratica si paga direttamente il medico, che, o legge il tesserino sanitario con la macchinetta e trasmette al sistema sanitario il costo che viene rimborsato sul cc in banca, oppur erilascia la ricevuta con cui si richiede il rimborso al sistema sanitario. Si può richiedere la teletrasmissione automatica delle spese mediche e della parte già rimborsata dal sistema sanitario all’ assicurazione privata, che provevde a rmborsare il resto. Un po’ complicato per la burocrazia iniziale, ma una volta avviato funziona efficacemente.

In tutti i casi le cure ospedaliere, le visite dal medico generico, dallo specialista privatamente  o in ospedale, le prescrizioni farmaceutiche, ricadono tutte sotto lo stesso sistema di assicurazione e rimborsi. Ovvio che ci sono l etrattenute in busta paga per i contributi, l’ azienda non fa regali, non so che percentuale paga, in ogni caso è automatico per il dipendente.

Ora, in Belgio, ho scoperto, mettendo insieme informazioni diverse da fonti diverse (qui nessuno ti dice nulla oltre allo stretto essenziale, un po’ come se di tutta la teoria della relatività si dicesse solo “e=mc²”, il resto è ovvio) che: il sistema sanitario per l’ ospedalizzazione e quello per tutto il resto (farmacia, medico condotto, dentista,…) sono separati; il datore di lavoro paga i contributi per la parte ospedaliera, il dipendente deve pagarsi e orgnizzarsi per conto suo la parte di assicurazione medica per tutto il resto. Le assicurazioni “per tutto il resto” offrono pacchetti diversi, inclusi rimborsi di alcunespese extra per l’ ospedalizzazione (quello che sarebbe comunque fuori dall’ assicurazione ospedaliera di base, il costo extra per la camera doppia invece della corsia, spese dentistiche etc. etc.). Una parte delle spese mediche resta comunque a carico del malato (visita dal medico da 25 euro, 19 rimborsati dall’a ssicurazione, i 6 rimanenti a carico del paziente). Esistono assicurazioni private che coprono questa parte rimanente (e la fisioterapia e i trattamente dall’ osteopata etc etc), con costi elevati e chiedendoti l’ anamnesi per cui, temo, di fatto fai prima a metterti da parte i soldi per quando ti servono. Abituata al rimborso totale in Francia, mi sono sentita un’ attimo spaesata, per poi riconoscere che, come lavoratrice indipendente, mi pgavo l’ assicurazione privata di tasca mia, 80 euro/mese… meno di quello che mediamente mi veniva rimborsato (a meno di non ammalarsi in continuazione), ma finché mi veniva trattenuto in automatico dalla bust apaga o pagavo direttamente dla cc, non me ne rendevo conto.

Teatro sorprendente

Vedo la locandina, mi attira, lo propongo a Loricott. Decidiamo di comprare i biglietti, lo diciamo al Folletto (sempre riluttante ad andare al cinema e a teatro, poi invariabilmente si diverte). Tornando a casa dal centre de loisirs vede la locandina, lo incuriosisce, lo inrtiga l’aggettivo “insolant”: ma se sei ïnsolant”a scuola ti puniscono! Gli diciamo che si tratta dello spettacolo che andremo a vedere.

Approfitto dell’occasione per indossare l’abitino nero che mi sono appena comprata (doppia spallina, verticale e “giú di manica”, cucitura appena sotto il seno, gonna ampia che svolazza un pochino: non é l’ieale sulla mia figura, ma mi sono tolta lo sfizio di portare un tagli del genere). Entriamo nel teatr(in)o di quartiere, mentre gli spettatori si siedono uno degli attori (poi scopro essere il direttore), sul palcoscenico sta cucinando – davvero – il sugo all’arrabbiata (come il titolo dello spettacolo), si sente il profuno di soffritto. Inizia lo spettacolo, tutti monologhi in francese (che riesco a seguire, non ci sono giochi di parole o accenti, il testo é stato tradotto e adattato dall’originale italiano di Ascanio Celestini, la situazione descritta si adatta bene anche alla Francia). Le canzoni proposte, in italiano, da “la filanda” a “la ballata del Pinelli”, passando per “i morti di Reggio Emilia”, che peraltro non conoscevo, mi hanno riportata all’infanzia, quando, propabilmente le ho sentite cantare dagli adulti.

Spettacolo divertente, alla fine gli spettatori sono invitati sul palco ad assaggiare le penne all’arrabbiata e la gestione del teatro offre un calicino di vino frizzante. Parlo con l’attrice, italiana, le dico come mi ha toccata il loro spettacolo (sono via da vent’anni, ho ritrovato le atmosfere dell’infanzia in un poto, qu, in cui mi sento a casa), che mi ofiglio 11nne si é divertito (la sgignazzata alla battuta “sparo nel q-lo di…”) era la sua. Lei mi dice che non sapevano se proporlo o meno anche ad un pubblico di adolescenti (scritto sulal locandina), che é felice del successo col Folletto (unico non-adulto in sala). e che un teatro minuscolo come questo fa esattamene a caso loro. Si interessa alla mia storia, ci salutiamo, la lascio parlare con la spettatrice successiva. É la prima volta che assisto ad uno spettacolo del genere in un teatro cosi piccolo e dove gli spettatori alla fine salgono sul palcoscenic a mangiare con gli attori. (Ho solo assaggiato il vino, ma ho visto una spettatrcie chiedere il secondo piatto di pasta, era riuscita bene 😉 ). Esco, torno a casa a piedi, ancora presa dall’atmosfera del teatro, in una notte fresca, ma non troppo fredda.

Mi sento doppiamente a casa: qui a GrandVille e con le canzoni del teatro nelle orecchio (in particolare la versione goliardica della “Filanda”, l’unica cho abbia mai conosciuto, finora 😀 )

Ombrellino

Passeggio per la mia amata GrandVille, le stesse vie del centro in cui sono andata a passeggiare quando sono venuta nel 2011 per il colloquio, in cui sono andata a passeggiare ancora stordita per la botta dopo che mi hanno licenziata, dove sono andta a passeggiare negli anni di solitudine con i sussidi di disoccupazione, mentre cercavo di far partire la nostra attivitá in proprio e di tenere a bada la depressione. Stavolta ci ho passeggiato, di nuovo, negli stessi angoli, con un buon lavoro nel centro di eccellenza europeo per l’argomento di cui mi occupo (lo stesso per cui l’ aziendaDisonesta e la cAzzienda mi hanno maldestramente licenziata). Mi sono comprata un completo intimo e quattro libri, ho pranzato fuori un paio di volte senza dovermi preoccupare del portafogli (perlatro, spendo uguale al ristorante qui, che a fare la spesa al supermercato in Belgio).

Non l’ho fatto apertamente (stonerebbe con l’atmosfera), ma un gesto dell’ombrello, almeno mentalmente se non col braccio l’ho fatto. No, non un gestaccio plateale, un gestaccino, un “ombrellino”.  😀

Londra insolita :: 3

Camminiamo lungo Camden High Street, il Folletto cerca di restare sulla linea “nothing special, it’s just a…”, ma ad ogni isolato lascia perdere un pochino di più, fino ad ammettere: questo é davvero un posto strano… piú strano del Belgio! (trasferitici da poco, stiamo notando alcune stranezze nel modo di fare, organizzare e presentare alcune cose in Belgio, completamente differente da altri paesi che conosciamo e, apparentemente, senza legame tra loro – mentre nelle altre culture é chiaro come tante cose insolite, siano facce diverse della stessa cultura, per ora il Belgio ci resta incomprensibile).

Arriviamo al mercatino vicino a Camden Lock, cerco un corpetto in un negozio di stile ictorian/stem punk, sono tutte cose carine  ma tagliate su un busto poco curvoso (ho una coppa “E” di reggiseno, significa giroseno grande, ma giro sotto-seno, cioé la cassa toracica, in proporzione, stretta), quindi le taglie standard se mi vanno bene nel giro seno, le maniche sono troppo lunghe, le spalle troppo larghe, nel girovita ci navigo, altrimenti il resto va bene ma non riesco a chiudere i primi 4 bottoni dall’alto (effetto pubblicitá anni ’80 delle pastiglie fischermann’s). Il commesso mi chiede se ho bisogno, gli dico “everything soooo nice, but too small, unfortunately”. Il Folletto mi dice serio “no, mamma, non hai il seno tanto grande!”. Gli rispondo, sorridendo serissima, “non dire mai questa frase ad una ragazza!”.

Ci fermiamo a mangiare una fetta di torta in una tea house che vende chitarre (e anche questo é parecchio insolito): torte buone, thé, caffé e torte, chitarre appese al muro con il gestore che te le mostra e fa provare, mentre la cameriera serve ai tavoli. Idea, peraltro, molto carina.

Londra insolita :: 2

Andiamo a piedi verso Camden Town. Lungo strada vediamo una chiesa, vorrei mostrarne l’interno al Folletto, gli mostro il cartello con scritto “all welcome”, per vincere il suo imbarazzo, in quanto non fedele, ad entrare negli edifici religiosi (si possono visitare le chiese, molte sono monumenti di architettura eccezionali, basta non disturbare se c’é in corso una celebrazione). Vedo delle tavole apparecchiate, chiedo scusa, pensavo fosse una chiesa, la signora (con due spanne di capelli bianchi cotonati mi arriva al mento, occhialoni, sorridente, praticamente Miss Marple) che sta preparando mi invita ad entrare e mi spiega: stanno allestendo per l’afternoon tea per gli ospiti della casa per anziani del quartiere, ma posso visitare la chiesa senza problemi. Appare il parroco, si presenta porgendo la mano “Good afternoon, I’m father James”, gli spiego brevemente, accetta di far salire il Folletto sulla balconata a vedere l’organo, gli chiede se sa suonare e se vuole provarlo. Ci dice che é una chiesa della “Church of England” e apprezza la nostra visita. Approfitto del bagno (la prima chiesa in cui vedo, nello spazio appena dentro la porta esterna, prima della porta interna, la porta laterale per il bagno), poi chiedo dov’é la cassetta delle offerte, cerco la fessura in cui infilare la banconota, invece c’é lo sportello da aprire. Mi scuso per aver detto “offer box” invece di “donation box”, il sagrestano mi dice “your english is excellent”. Il tutto mooolto british. Il Folletto mi fa notare che ho offerto una banconta da 10 Pound fuori corso . Gli spiego che sicuramente il parroco ha un conto corrente in una banca dove, a lui, la cambiano.

Londra insolita :: 1

Con l’ Eurostar, insiemeal Folletto, partendo da Bruxelles. Arriviamo a London St Pancras, usciamo, mostro al Folletto l’ edificio di St. Pancras, lui commenta “so what? it’s just a building!”. Indispettita da tanta immotivata indifferenza gli rispondo “then you’re nothing special, just a child!”. Capisce e si inizia la sequenza di “it’s just a…” di tutto quello che troviamo.

Provo in due banche a farmi cambiare banconote e monete britanniche fuori corso da una manciata di anni, e in entrambi i casi mi dicono che non possono ritiramele se non ho un conto presso il loro istituto, devo cambiare direttamente alla Bank of England (e mi spiegano come arrivarci). Entriamo in un Irish pub, abbastanza caratteristico (per essere in pieno centro a Londra) , ma per noi “just a pub…”, dove mi bevo (dopo anni) una Guinness alla spina, per accompagnare un irish lamb stew, mentre il Folletto si mangia di gusto le salsicce (“just a sausage…”). Nota due clienti scozzesi (panzoni) con felpa, kilt e scarponcini (e li trova normali in quell’ ambiente). Ci incamminiamo verso Camden Town.